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sversamento oli industriali

by admin - marzo 21st, 2017

REFLUI INDUSTRIALI: SVERSAMENTO DI OLI

 

L’art. 137, primo comma, del Testo Unico ambientale (D.Lgs n. 152 del 2006) prevede una sanzione penale alternativa dell’arresto o dell’ammenda per scarichi non autorizzati di acque reflue industriali.

La terza sezione della Suprema Corte ha avuto modo di estendere l’applicazione della norma con la sentenza n. 45634 del 17 novembre 2015.

Il fatto riguardava un procedimento iniziato di fronte al Tribunale di Trento dove una società era stata dichiarata colpevole di una serie di reati tra cui l’aver permesso o effettuato scarichi di acque reflue industriali, vedendosi inflitta un’ammenda di €8.000 e otto mesi di arresto.

Dopo essere stato confermato in sede di appello (nella cui sede anzi si era decisio di aumentare la pena inflitta sia per l’arresto, arrivando a un anno e due mesi, che per l’ammenda, giungendo a €9.000), l’imputato ha proposto ricorso quindi in Cassazione dove è stato ritenuto inammissibile in essenzialmente ogni sua doglianza. La ragione è da ricercarsi nel tentativo del ricorrente di giungere ad una diversa valutazione dei fatti invece che individuare vizi specifici nella motivazione della pronuncia d’appello.

In particolare, era stato contestato alla società ricorrente il deposito di oli industriali in locale interrato, dove erano fuoriusciti reflui industriali che confluivano in una griglia a pavimento, scorrendo quindi verso l’esterno in assenza di autorizzazione.

Il ricorrente ha dedotto di fronte ai magistrati la mancanza di motivazione circa la sussistenza del reato, prospettando il travisamento della deposizione dell’unico teste.

Su questo punto in primo grado si era già ben individuata la non necessarietà, ai fini dell’integrazione del reato ex art. 137 del Testo Unico, dello sversamento effettivo di olii industriali, in quanto risulta sufficiente la canalizzazione delle acque reflue industriali verso l’esterno.

La Corte è così giunta a meglio specificare l’ambito di applicazione dell’art. 137, comma 1, configurando l’ipotesi di reato in ogni indebita immissione di acque reflue nel suolo e nel sottosuolo: lo sversamento verrà quindi a punito sia che avvenga in una rete fognaria, sia che venga effettuato in un pozzo perdente (ribandendo un principio già fatto proprio dalla Sezione III, con la sentenza n. 13967 in data 11 febbraio 2004).

sanzioni 231

by admin - marzo 10th, 2017

L’ APPARATO SANZIONATORIO DELLA COSIDDETTA RESPONSABILITA’ 231

Continua la serie di interventi sulla responsabilità degli enti, per reati commessi da soggetti appartenenti alla loro struttura organizzativa.

Si è già avuto modo di indicare quelle che sono le sanzioni amministrative previste dal D.Lgs 231/2001, e ora verranno analizzate più da vicino.

Per ciò che riguarda la sanzione pecuniaria, essa è prevista per ogni illecito amministrativo dipendente da reato, sulla base del meccanismo delle quote.

In prima istanza il giudice fissa il numero delle quote (una cifra compresa tra i 100 e i 1000) sulla base della gravità del fatto, del grado di responsabilità dell’ente e delle condotte tenute anche dopo la commissione del reato.

In secondo luogo viene determinato dal magistrato il valore monetario della singola quota, tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali della persona giuridica (in un intervallo compreso tra i 258 e i 1549 €).

La sanzione pecuniaria finale a questo punto sarà determinata dal prodotto della singola quota per il numero totale delle quote: il risultato sarà una cifra a partire da un minimo di 25.800€ ad un massimo di 1.549.000€.

Risulta opportuno sottolineare come la sanzione minima possa essere sottoposta a riduzioni nei casi previsti dal legislatore: in ogni caso questa non può essere inferiore a 10.329€.

La limitazione temporanea dell’esercizio di una facoltà o di un diritto è il risultato inibitorio delle sanzioni interdittive.

Esse hanno generalmente una durata limitata (ad eccezione delle ipotesi stabilite dall’art.16, in cui vengono applicate in via definitiva) e sono elencate dall’art. 9.2 del decreto: spaziano dall’interdizione dall’esercizio dell’attività, al divieto di contrattare con la P.A., dall’esclusione da agevolazioni e finanziamenti, financo alla sospensione o revoca delle autorizzazioni necessarie per operare.

Queste sanzioni si applicano sulla base dei reati commessi, dell’eventuale profitto tratto dalla persona giuridica e dal grado interno detenuto dall’autore dell’illecito.

I criteri di scelta invece coincidono con i principi di proporzionalità, idoneità e gradualità.

Il primo criterio presuppone un bilanciamento operato tra gravità del fatto, grado di responsabilità dell’ente e condotte tenute dallo stesso in seguito alla commissione del reato, similmente a come succede per le sanzioni pecuniarie.

Il secondo ha delle accezioni preventive, ovvero applicare la sanzione adatta ad evitare che la medesima condotta illecita venga ripetuta, adottando nel caso anche l’applicazione di sanzioni accessorie.

L’ultimo infine, la gradualità, prevede l’applicazione della più gravosa delle misure punitive (l’interdizione dall’esercizio di attività), solo quando tutte le altre risultino inadeguate.

Pur essendo adottata per un periodo pari alla sanzione interdittiva, la figura del commissario giudiziale rappresenta un’alternativa ad essa: prevista dall’art. 15 del D.Lgs. 231/2001, si applica nel caso in cui o l’ente svolga un pubblico servizio oppure un servizio di pubblica necessità, la cui interruzione determinerebbe un grave pregiudizio alla collettività, oppure laddove l’interruzione dell’attività provocasse ripercussioni sull’occupazione.

L’applicazione della misura è disposta dal giudice con sentenza, la quale prevede la continuazione dell’attività dell’ente, nonché l’elencazione di compiti e  poteri del commissario, il quale -tra l’altro- si occuperò della gestione dei modelli organizzativi sulla base del principio dell’idoneità.

Data la connotazione del commissario come alternativa alla sanzione interdittiva, il profitto derivante dalla prosecuzione dell’attività viene confiscato.

Infine, vale la pena sottolineare che, nei casi di sanzione interdittiva in via definitiva ex art. 16 del decreto, la soluzione del commissario giudiziale non è percorribile.

Com’è facile intuire, le ripercussioni delle sanzioni ex 231 possono avere un impatto strutturale totale sulla attività aziendale, financo a determinarne la chiusura per impossibilità di perseguire l’oggetto sociale; risulta ancora una volta pertanto fondamentale, sottolineare l’importanza di realizzare un valido ed efficace MODELLO 231, il quale fungerà da vero e proprio SALVAVITA per le aziende, in particolare quelle interessate dalla normativa ambientale.

L’ignoranza inevitabile nel diritto ambientale

by admin - febbraio 17th, 2017

 

 

La “ignoranza inevitabile” della legge nel Diritto Ambientale

Uno dei principi cardine del diritto penale italiano è quello contenuto nell’articolo 5 del codice e che testualmente recita: “Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale”.

La ratio di tale principio consiste proprio nella impossibilità di sottrarsi ad una  condanna, a pena detentiva o pecuniaria che sia, in relazione ad un illecito penale commesso ed accertato, accampando la mancata conoscenza di una norma imperativa.

La Corte Costituzionale, però, con la pronuncia 364 del marzo 1988 dichiarò la incostituzionalità dell’art. 5 del codice penale, nella parte in cui non prevedeva che la responsabilità penale di taluno potesse essere esclusa ove questi avesse dimostrato che la sua era una “ignoranza inevitabile” della legge.

In buona sostanza, stabilì la Consulta, il principio contenuto nell’art. 5 del codice penale è sacrosanto e va osservato, a meno che il soggetto dimostri che la sua mancata conoscenza del dettato normativo fosse “inevitabile”.

Orbene, nel nostro ordinamento vi sono molteplici norme che non sono contenute nel codice penale, ma la cui inosservanza prevede una condanna a pena detentiva o pecuniaria, norme che sono scarsamente conosciute, per non dire assolutamente sconosciute, alla maggior parte dei cittadini.

La normativa ambientale ne è l’esempio.

A parte la molteplicità di disposizioni ed il continuo e progressivo aggiornamento delle stesse, è veramente arduo, per chiunque voglia avvicinarsi ad una attività che sia soggetta al rispetto della normativa ambientale, districarsi in tale ginepraio di norme.

Come è altrettanto difficile, anche per quanti da tempo operano nel settore ambientale, rimanere aggiornati.

Ed allora, quando è possibile ritenere sussistente la esimente della “ignoranza inevitabile” o “errore inevitabile”?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2246 del 18 gennaio 2017, ha statuito indirettamente l’obbligo, per quanti abbiano intenzione di dedicarsi ad attività nel settore ambientale, di “tenersi informati”.

Con tale locuzione, la Suprema Corte intende riferirsi alla necessità di ricorrere sia alla pubblica amministrazione che, sua volta, ha l’onere – per quanto di sua competenza- di dare ampia pubblicità alle nuove norme in materia,  sia di rivolgersi a professionisti consulenti del settore ambientale.

Solo dimostrando tale diligenza nella richiesta di informazioni, una persona che svolga una qualsiasi attività nel settore ambientale potrà, se del caso, chiedere, per l’appunto , la esimente della “ignoranza inevitabile”.

Questa storica sentenza rende ancora più importante il ruolo delle consulenze di un avvocato, o meglio di un team di avvocati veri specialisti del diritto ambientale.

 

 

modello 231 e patteggiamento

by admin - febbraio 8th, 2017

MODELLO 231 E PATTEGGIAMENTO

 

Con riferimento specifico all’apparato sanzionatorio del D.Lgs 231/2001, l’art. 9 dello stesso individua le sanzioni applicabili agli enti e alle imprese:

1) la sanzione pecuniaria;

2) le sanzioni interdittive;

3) la confisca;

4) la pubblicazione della sentenza.

Diversamente da quanto si verifica nei processi nei confronti delle persone fisiche, per gli enti collettivi la misura interdittiva rappresenta una sanzione principale, al pari della sanzione pecuniaria, analogo discorso per la confisca.

In relazione a questa qualificazione istituzionale, la Suprema Corte si è pronunciata con la sentenza n. 45472 del 28.10.2016, distinguendo le prime tre come sanzioni punitive principali e solo l’ultima, la pubblicazione della sentenza, come sanzione accessoria.

Viene precisato che “il sistema sanzionatorio proposto dal D.lgs 231 fuoriesce dagli schemi tradizionali del diritto penale – per così dire – <<nucleare>>, incentrati sulla distinzione tra pene e misure di sicurezza, tra pene principali e pene accessorie”.

La Sezione III ha essenzialmente differenziato il sistema sanzionatorio previsto per la responsabilità delle imprese, affiancando alle tradizionali sanzioni pecuniarie degli appositi strumenti di carattere general-preventivo, altrettanto qualificabili come sanzioni principali.

Nello specifico il caso di specie attiene ad una pronuncia del Tribunale Ordinario di Venezia, nella quale il GIP ha applicato cumulativamente tutte le sanzioni interdittive ex art. 9 comma 2 del D.lgs 231/2001, difformemente da quanto deciso dall’accordo in sede di patteggiamento cui erano giunte le parti.

Il Giudice ha motivato sulla base di un’interpretazione dell’art. 25-octies del medesimo decreto che non ha trovato dello stesso avviso la Corte.

A parere della Corte di Cassazione, un’applicazione sanzionatoria ultra petita in violazione dell’accordo raggiunto dalle parti non è ammissibile, dato che il rapporto negoziale intercorso tra le parti preclude al giudice l’applicazione di una sanzione diversa da quella concordata: la modifica in peius del trattamento sanzionatorio, sia pure nei limiti della misura legale, altera i termini dell’accordo e incide sul consenso prestato.

Nella motivazione della sentenza si precisa che “nell’ipotesi in cui l’accesso alla definizione concordata della sanzione consegua al patteggiamento, ovvero alla patteggiabilità del reato presupposto, qualora si tratti di un illecito amministrativo, per il quale va applicata, oltre alla pena pecuniaria, una sanzione interdittiva temporanea, anche quest’ultima deve formare oggetto dell’accordo tra le partie ancora “in caso di patteggiamento, il giudice è vincolato, nella propria decisione, solo in ordine ai punti riguardanti elementi nella disponibilità delle parti”.

modello 231 e appalti edilizia

by admin - febbraio 4th, 2017

CORSIA PREFERENZIALE TRAMITE IL MODELLO 231 NEGLI APPALTI

Il D.m. 11 gennaio 2017 ha aggiornato i “criteri ambientali minimi”, in particolare è stato previsto che l’appaltatore sia tenuto al rispetto dei principi di responsabilità sociale in prevenzione dello sfruttamento del lavoro.

Poichè la conformità aziendale rispetto a tale procedura si ottiene tramite la adozione di un “modello 231” , è logico dedurre che , a seguito di tale intervento normativo, la selezione dei candidati – negli appalti pubblici in materia di edilizia- postula la sussistenza di un modello organizzativo ex D. lgs. 231/2001, volto ad evitare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro.

Viene pertanto a crearsi un sistema di preferenza per le aziende dotate di un modello 231, nel campo degli affidamenti di servizi in materia di progettazione e di lavori per nuova costruzione.

Un ulteriore passo in avanti dunque, verso la incentivazione rivolta al mondo imprenditoriale, rispetto alla adozione di quello strumento oramai indispensabile  - in particolare per la aziende del settore ambiente – che è il c.d. “modello 231″

Altrettanto importante sarà per le aziende già dotate di un modello, effettuare una update dello stesso, aggiornandolo alle continue e mutevoli imposizioni normative vigenti.