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rifiuti da demolizione e costruzione

by admin - aprile 28th, 2017

I RIFIUTI DA C&D COSTRUZIONE E DEMOLIZIONE

I rifiuti derivanti dalle attività di costruzione e demolizione, individuati nell’elenco  europeo dei rifiuti dalla classe 17, costituiscono un’ elevata percentuale dei quantitativi di rifiuti complessivamente prodotti.

Tuttavia, nonostante i principi dell’economia circolare e i criteri di priorità nella gestione dei rifiuti di cui all’art. 179 TUA incentivino il riutilizzo anziché il recupero o lo smaltimento, un costante indirizzo giurisprudenziale della Corte di Cassazione esclude che tali materiali possano essere qualificati sottoprodotti, ai sensi della disciplina generale in materia di sottoprodotti di cui all’ art. 184-bis TUA.

Se, da una parte i materiali provenienti dalle sole attività di scavo sono ritenuti sottoprodotti e quindi riutilizzati nei casi e alle condizioni previsti dal DM 10 agosto 2012 n. 161 e dall’art. 41-bis del D. L. 21 giugno 2013 n. 69, quelli provenienti dalla costruzione e demolizione di edifici sono, invece, da ritenersi sempre rifiuti.

In particolare, la sentenza Cass. Pen., sez. III, 1 luglio 2015, n. 33028, affronta in modo approfondito la questione ed afferma che difetta il requisito di cui alla lett. a) del comma 1 dell’art. 184-bis TUA, ovverosia l’originazione da un processo di produzione, segnatamente “da un’attività chiaramente finalizzata alla realizzazione di un qualcosa ottenuto attraverso la lavorazione o la trasformazione di altri materiali”; la demolizione di un edificio non è finalizzata alla produzione di alcunché, bensì all’eliminazione dell’edificio medesimo.

Inoltre la pronuncia dei giudici di legittimità chiarisce che, non può assumere rilevanza il fatto che la demolizione sia finalizzata alla realizzazione di un nuovo edificio, poiché esso non può essere considerato il prodotto finale della demolizione, in quanto tale attività non costituisce il prodromo di una costruzione, che può essere effettuata anche indipendentemente da precedenti demolizioni.

Ovviamente, possono essere sottoposti ad un processo per il loro recupero, al termine del quale perdono la qualifica di rifiuti, ma fino a quel momento, sono rifiuti a tutti gli effetti e devono quindi essere rispettate tutte le norme e le prescrizioni in tema di deposito temporaneo, di trasporto e di conferimento per il recupero e tutti i relativi adempimenti documentali.

delitto di omessa bonifica e soggetto attivo

by admin - aprile 19th, 2017

La problematica individuazione dei soggetti attivi nel delitto di omessa bonifica

Una particolarità dell’art. 452-terdecies è che non presenta alcun riferimento delineato in relazione all’autore dell’inquinamento come soggetto attivo del reato.

Ciò determina l’estensione del campo di applicazione del delitto anche a soggetti diversi dell’inquinatore originario.

Tra questi potenziali autori, possiamo ipotizzare ad esempio i soggetti pubblici, che per legge risultino obbligati ad effettuare un intervento di bonifica o di ripristino ambientale: lo stesso T.U. Ambientale prevede che le procedure e gli interventi di bonifica vengano realizzati in via residuale dal Comune o dalla Regione.

Si tratta di un intervento obbligatorio e non volontario (come confermato dal Consiglio di Stato, Ad. Plen. N. 21/2013 e dalla Corte di Giustizia Europea C-534/13 del 5.3.2015).

Un altro soggetto attivo diverso da colui che inquina potrebbe essere un privato inadempiente di un obbligo contrattuale di bonifica (che potrebbe aver assunto nell’ambito di una convenzione urbanistica).

Chiaramente ci si trova di fronte ad un caso quasi di scuola, ma non per questo si può aprioristicamente escludere.

Così ad essere sanzionato penalmente potrebbe essere un soggetto del tutto estraneo alla commissione dell’inquinamento: una soluzione discutibile, oltre che fortemente sospetta di incostituzionalità.

Infine, è opportuno notare come l’unica forma ammessa per il reato di omessa bonifica sia quella dolosa.

Per questo motivo, esso non si riterrà integrato per mancanza dell’elemento soggettivo, in tutti quei casi in cui la bonifica o il ripristino ambientale non possano essere eseguiti dal soggetto che vi è tenuto, in forza del noto principio di inesigibilità.

Da un punto di vista pratico vorrà dire che, nel caso di più coobbligati alla bonifica, colui che è più a rischio della sanzione penale sarà sempre il soggetto maggiormente solvibile, anche se si trattasse dell’individuo meno colpevole nella causazione dell’inquinamento.

Questi profili giuridici di complessa risoluzione dovranno necessariamente essere affrontati dalla giurisprudenza di merito, di legittimità e verosimilmente anche da quella costituzionale.

Il reato di omessa bonifica ex art. 452-terdecies del Codice Penale

by admin - aprile 18th, 2017

Il reato di omessa bonifica ex art. 452-terdecies del Codice Penale

 

La norma in questione, contenuta nella legge sui c.d. ecoreati, si è presentata fin dall’inizio problematica, soprattutto per ciò che riguarda il suo campo di applicazione.

L’articolo stabilisce che chiunque sia obbligato o ordinato per legge, e non provveda alla bonifica, rischia da uno a quattro anni di reclusione oltre ad una multa dai 20.000 agli 80.000 euro.

L’ambito di applicazione della normativa è tuttavia incerto, soprattutto quando tratta della possibilità di irrogare le suddette sanzioni anche per il mancato “ripristino o recupero dello stato dei luoghi”.

Si tratta difatti di una locuzione astratta e generica, all’interno della quale rientrano un numero spropositato di situazioni: ciò va in contrasto con il principio di tassatività e determinatezza della norma penale.

Qual è la risposta quindi: l’articolo si può applicare a qualsiasi fattispecie in cui vi sia un obbligo di recupero o ripristino, oppure viene integrato solo nel caso di mancata adozione di alcuni interventi ambientali previsti dal Testo Unico Ambiente?

La risposta va ricercata nel concetto di bonifica, per cui esiste una definizione giuridica (art. 257 del Testo Unico Ambientale), che fa riferimento alla cd “soglia di rischio”.

Ciò significa che anche la violazione dell’art. 452-terdecies, non potrà essere contestata prima che sia stato accertato il superamento di quella soglia, denominata CSR (soglia rischio dei valori di concentrazione).

La disciplina non trova applicazione nei casi in cui le omissioni riguardino gli adempimenti amministrativi e burocratici a carico dell’inquinatore.

Si tratta infatti, di fattispecie escluse dal tenore letterale della norma, come noto non estensibile analogicamente trattandosi di norma penale.

Va tenuto a mente inoltre che le fonti del diritto della norma in esame sono plurime: l’obbligo potrebbe scaturire da una legge, da un ordine del giudice o dell’autorità pubblica.

Esse tuttavia sono connesse tra loro, perché gli ordini del giudice o della pubblica amministrazione potranno essere solo successivi ad un obbligo di legge rimasto inottemperato.

Sarà sufficiente che il magistrato o la P.A. altro non facciano che accertare l’esistenza di tale obbligo e statuire di conseguenza.

-FINE PRIMA PARTE-

Rilevanza paesaggistica dei parcheggi interrati

by admin - aprile 7th, 2017

La Rilevanza paesaggistica dei parcheggi interrati

 

Lo scorso 24 febbraio la VI sezione del Consiglio di Stato ha pronunciato la sentenza n. 889 statuendo un principio di generale rilevanza paesaggistica anche per la costruzione di parcheggi interrati.

La realizzazione di un’autorimessa pertinenziale nel sottosuolo prevede anche un’autorizzazione paesaggistica, oltre al rispetto del piano urbanistico territoriale (PUT) e del PGT “piano di governo del territorio” (ex piano regolatore generale PRG).

In particolare, proprio quest’ultimo prevede la divisione del territorio in sedici zone diverse con una propria disciplina: tra queste anche una zona con divieto di edificazione, ma che consenta invece i parcheggi pertinenziali.

Si tratta del caso in questione, dove il Comune di Agerola ha previsto una zona di questo tipo ed ha rilasciato l’autorizzazione paesaggistica, incorrendo nell’impugnazione che ha portato all’annullamento del permesso davanti al TAR Campania.

Alla base della decisione vi è il rapporto fra due leggi regionali, la 35/1987 che approva il PUT dell’area e la 19/2001 che disciplina le procedure per il rilascio dei permessi di costruire, nonché dell ’art. 167 comma 2 del D.Lgs. 42/2004, che non consente la sanatoria di lavori senza l’autorizzazione paesaggistica.

Il Consiglio di Stato ha fatto propria una recente pronuncia della Corte Costituzionale, (sentenza n. 11 del 29/01/2016) nella quale la Consulta ha ricordato come la tutela del paesaggio sia un ambito riservato alla potestà legislativa esclusiva statale, identificandola quindi come un limite alle discipline degli enti territoriali.

Nella pronuncia in oggetto viene poi dato rango di “norma interposta” all’art. 145 del D.Lgs. 42/2004, nella parte in cui dispone sul “coordinamento della pianificazione paesaggistica con altri tipi di pianificazione”.

La conclusione è che pertanto esista un principio di prevalenza della pianificazione paesaggistica sulle altre, e che questa sia alterabile solo dalla legislazione statale.

 

reato di abbandono di animali

by admin - aprile 4th, 2017

MODALITA’ DETENTIVE DEGLI ANIMALI NEL REATO DI ABBANDONO DEGLI STESSI

La terza sezione della Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 10009 del 1 marzo 2017, ha confermato, rigettando il ricorso, una sentenza del Tribunale di Busto Arsizio sull’applicazione del reato di cui all’art. 727 del codice penale, che ha comportato un’ammenda di 2.000 euro.

In fatto, la ricorrente aveva mantenuto, in condizioni igieniche e ambientali pessime, un cavallo e venticinque gatti selvatici in locale chiuso.

La situazione era talmente incompatibile con la natura degli stessi animali che, sia i felini che l’equino, sono stati trovati in condizione di grave sofferenza.

La responsabilità del ricorrente infatti era stata affermata dal primo giudice per aver predisposto un locale chiuso, nel quale non venivano assicurati i necessari interventi di pulizia e mantenimento.

La Suprema Corte ha stabilito, che ai fini dell’integrazione del reato in esame (rubricato come “abbandono di animali”), non sia necessario che l’animale riporti una lesione all’integrità fisica: la condizione di sofferenza può anche essere descritta da meri patimenti determinati dall’inefficienza nella custodia e nell’allevamento dello stesso.